11 giugno, 2011

Micropolis@Festarch

2-3 giugno, Chiostro di San Lorenzo, Piazza IV Novembre, Perugia.


Ecco alcune immagini dall'allestimento della mostra Micropolis, micro-progetti nella città, a cura della classe secondo anno specialistica Isia di Urbino.
Gli interventi dei singoli autori dei progetti si sono svolti nel Chiostro di San Lorenzo, Piazza IV Novembre, mentre le proiezioni dei lavori digitali si sono svolte nel palazzo dei Priori, edificio antistante. Il coordinatore dell'iniziativa Micropolis, è il nostro professore di Metodologia del Progetto, Marco Tortoioli Ricci.





L'allestimento della mostra Isia nasce da un'idea di Luigi Amato, come anche il progetto grafico dei manifesti, composti da 4 cover delle nostre presentazioni, in 6 varianti intercambiali, unificate dalla sovrastampa del claim You are here


29 maggio, 2011

Vecchio, nuovo Mondo

Buenos Aires / Via Curiel 6, Parete - Napoli


Ti racconto la storia di quando sono arrivato in Italia. Sono argentino di orgini, ma verso i sei o sette anni io e mia madre, con i miei fratelli, abbiamo raggiunto mio padre che già si era trasferito a Napoli. Sono partito quindi, e avevo con me un'idea, un'idea da bambino, di questo nuovo mondo dove sarei andato a vivere, senza sapere che in realtà era il Vecchio Mondo. Per me era nuovo, mi immaginavo una mega-città, tutta tecnologica: con le strade che si muovo da sole, dove tu non devi camminare. Mi ricordo perfettamente i sette anni per questo. Mi ricordo appena arrivato all'aeroporto, l'abbraccio di mio padre e di mia madre. Ma in questo gesto la prima cosa che ricevo arrivato in Italia è una gomitata di mia madre. Le mie lacrime di dolore furono fraintese come lacrime di commozione.




Dall'aeroporto, spazi enormi, arrivo piano piano nel centro della città, anche questa grande, ma fatta di spazi sempre più minuscoli. Il mondo si rimpicciolisce. La mia percezione spaziale in Argentina era completamente diversa, fatta spazi sterminati, almeno cinque volte più ampi in rapporto alla percezione degli spazi italiani. Perciò le stradine italiane del Sud mi sembravano claustrofobiche. E questi spazi stretti, angusti, i tetti delle auto bassissime furono le prime sensazioni che avevo dell'Italia. Insieme al buio. E alle case vecchie, storiche del quartiere dove vivevo, che mi trasmettevano una sensazione di vecchiezza unica. In questo modo per le prime volte percepivo il Vecchio Mondo come vecchio. Questa presa di coscienza si sente anche al contrario: se vai in America ti rendi conto che non c'è storia. Quando vieni qui la visione neorealista del passato ancora presente, che ormai noi con gli occhi italiani non percepiamo più, ma che gli stranieri, soprattutto chi viene dall' America Latina nota immediatamente. Da loro un pò di storia c'è stata ovviamente: i Coloni, gli spagnoli, quindi c'è ancora un pò di Barocco, ma la costruzione più antica che puoi trovare ha massimo cento anni. In Argentina non c'è il vecchio, anche per la loro politica di distruggere e ricostruire in continuazione. Non c'è un valore che resta, c'è una forte mutazione continua.
Così ho visto l'Italia, un posto vecchio, come mai avevo visto in vita mia. E infinitamente piccolo.
Napoli è così, vecchia e piccola.
Ci sono strade dove passa o una macchina, o una persona. In America e Latino-America non esiste questa folle proporzione urbana. Ci sono esigenze diverse, progetti diversi, enormemente grandi.
Le dimensioni italiane erano per me sia angoscianti che accoglienti, a volte anche divertenti.
Pensa che l'anno scorso sono tornato a rivisitare la via dove viveva mio padre quando siamo arrivati, e la casa di cui ti parlo non c'è più. Pensa di tornare a casa tua dopo tanti anni, e invece dell'edificio che conosci trovi una serie di villette a schiera, razionaliste... una sensazione molto strana. Questa via si chiamava via Parete, e da piccolo ci ho messo molto a capire il vero senso della parola parete, che io intendevo solo come nome proprio di Via, non come riferita ad un senso materiale, invece che astratto.
La seconda impressione che ho avuto dell'Italia è quella della mattina. Ancora più angosciante.
Svegliato la prima mattina in un letto che non era il mio, confuso dalla sera precendente, trovo a guardarmi cinque o sei vecchie che parlavano in una lingua che io non capivo. Abbastanza angosciante.
Per mesi sono stato convinto che quella lingua fosse l'italiano. Dopo molti mesi ho scoperto che quello era il dialetto napoletano. La prima lingua che ho imparato.
Mi raccontano i miei genitori, che da un giorno all'altro, dopo mesi in cui mai nessuno mi aveva sentito parlare italiano, ho iniziato a parlare napoletano. Mi ricordo questa strana sensazione del doppio significato delle parole. Molte sono simili in italiano e napoletano, e non riuscivo ancora ad associare suoni diversi, anche se simili, a significati diversi. Per me il significato di due suoni simili, era ancora identico.
Da bambino non si distinguono perfettamente queste sfumature del linguaggio, e devo dire che è stato abbastanza complesso superare questi passaggi.
Un'altra impressione forte, scioccante è stata l'invadenza.
Vedevo questi vicini di casa, napoletani, come degli alieni. Loro aspettavano da tempo l'arrivo degli argentini, quindi la loro invadenza era semplicemente la classica accoglienza paesana, fatta a fin di bene, perciò in continuazione portavano dolci, frutta, caffè. Il caffè a Napoli è un regalo che vale sempre, va sempre bene, sia per il morto, che per la festa, come lo zucchero.
Queste sono state le mie prime impressioni dell'Italia.


Marcelo

Lacrime di coccodrillo

Aeroporto di Milano Malpensa, Milano.
Questa è la prima volta che sono stata ipocrita, ma ipocrita consciamente, da bambina. E a dirla tutta non ero poi così piccola, se mi ricordo bene facevo la seconda media! Non è proprio una storia con morale. Ehehe!




Dunque, ero all'aeroporto pronta a partire per la Tunisia, con mia madre. Avevo con me, come documento di identità, un foglio sostitutivo, quel foglio che ti viene rilasciato prima dei 14 anni. Ma al controllo del passaporto ci dicono che non era valido! In effetti, quel documento dovrebbe essere firmato da entrambi i genitori, sia il padre che la madre. Eppure io non avevo la firma di mio padre, e sarebbe stato impossibile rimandare l'intera vacanza, pagata, organizzata... era una tragedia. Al che il poliziotto addetto a questi controlli ci fa separare dalla fila, ci continua a dire che non possiamo partire. Ed ecco il gesto più ipocrita che abbia mai compiuto: mi sono messa a piangere! Non sono scoppiata a piangere perchè ero triste o spaventata, l'ho fatto di proposito! E siamo riusciti a partire lo stesso. Ero dispiaciuta sì, ma ho capito che se avessi fatto commuovere il poliziotto saremo partite, e così è stato! Ha funzionato perfettamente. 


Sara

 
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